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Il viaggio selvaggio

23/02/2010 18.18.06

C’è un nuovo stile di viaggio, praticato da pochi e in forme quasi clandestine, al quale non saprei dare nome migliore di «viaggio selvaggio». A volerlo spiegare, si fa prima a dire cosa non è. Non è trekking, essendo del tutto assente l’idea della prestazione sportiva, del mantenersi in forma. Non è turismo d’avventura, inteso come un’esperienza dove la natura è soprattutto l’occasione per mettersi alla prova e superare delle difficoltà (peraltro più apparenti che reali, dato che solitamente il rischio di farsi davvero male è minimo).

Non è neanche ecoturismo – anche se siamo già più vicini – cioè un viaggio che ha al centro l’esperienza della natura, per esempio nei grandi parchi naturali. Il «viaggio selvaggio» è piuttosto un viaggio interiore, alla riscoperta di spazi profondi e pressoché inesplorati della nostra anima, che ci riporta a tempi antichissimi quando l’uomo era davvero inscindibile dalla natura. Il «viaggio selvaggio» ha già i suoi riferimenti culturali, a cominciare naturalmente dal film Into the wild. Nelle terre selvagge (2007), che racconta la fuga di un giovane dal consumismo verso le terre estreme dell’Alaska; ma anche il poeta Gary Snider, autore diNel mondo selvaggio, che scrisse: «Come poeta coltivo i valori più arcaici che ci siano. Risalgono al tardo Paleolitico: la fertilità della terra, la magia degli animali, la visione di potere nella solitudine, l’iniziazione terrificante e la rinascita, l’amore e l’estasi della danza, il lavoro comune della tribù».

A modo loro sono della partita anche Jack London e Jack Kerouac naturalmente, e magari ancheHenry David Thoreau, il filosofo americano anticonformista che, nel 1845, si ritirò per due anni a vivere nei boschi sulle rive del lago Walden, in una casa costruita con le sue mani, per cercare un rapporto intimo con la natura e insieme ritrovare sé stesso (leggete Walden, ovvero la vita nei boschi).

Molto concretamente, quali potrebbero essere delle esperienze di «viaggio selvaggio»? La forma più alla portata di tutti può essere senza dubbio il «cammino profondo» (www.deepwalking.org): viaggi a piedi in gruppo con una guida dove si fa ginnastica all’alba, si riscopre il silenzio (anche spegnendo il cellulare), si medita lungo il cammino sintonizzandosi sulla natura intorno.

È già più impegnativo il Parikarama (un termine buddhista che significa «girare in cerchio»), una pratica d’ispirazione orientale che consiste nel camminare in senso orario attorno a un luogo sacro, di solito una montagna. Si cammina per un giorno intero superando un dislivello anche notevole, da soli, partendo a una certa distanza l’uno dall’altro, così che chi segue trova tracce e messaggi di chi l’ha preceduto, sino alla condivisione serale delle esperienze. In queste e altre forme di «viaggio selvaggio » si rinuncia spesso a carte, bussole e orologi, cercando quasi di disorientarsi, o meglio di affidarsi al proprio istinto selvatico risvegliato perché ci conduca al luogo stabilito all’ora prevista, senza nessun ausilio esterno. Si attraversano così i luoghi guardandoli con mente sgombra da aspettative, senza nessuna conoscenza preliminare, come se li scoprissimo per la prima volta, ricreando spazi bianchi in mappe troppo dettagliate.

Una perfetta esperienza di «viaggio selvaggio» è infine senz’altro quella di Wolf Howling. Da qualche tempo, dopo essere stati vicini all’estinzione per la caccia implacabile dell’uomo, i lupi hanno fatto la loro ricomparsa nei boschi. I paesi sono sempre più spopolati, i prodotti naturali del bosco (ghiande, castagne) non vengono più raccolti, e diventano il cibo di animali, per esempio i cinghiali, che si riproducono rapidamente e sono poi facile preda dei lupi. Per controllare la consistenza dei branchi di lupi, si fa ricorso appunto alla tecnica dell’«ululato indotto», ovvero si riproduce con dei potenti amplificatori il verso del lupo e si ascolta se qualche branco risponde. Ci si muove nel buio, a notte fonda, dove la foresta è più folta: il senso dello spazio è completamente diverso, così come suoni e odori, e quando i lupi rispondono, il loro ululato provoca davvero emozioni profonde (per un assaggio virtuale www.searchingwolf. com/howls.htm).

Il «viaggio selvaggio» è alla fine soprattutto una forma di «egoismo saggio », se vogliamo, un allontanamento dai troppi vincoli della società umana per riscoprire la nostra dimensione naturale, per risvegliare la capacità di sentire ed emozionarci, di prenderci cura di noi, di essere artefici del nostro destino. Claudio Visentin

(tratto da "Azione", il più importante settimanale della Svizzera italiana, con una tiratura di oltre 100.000 copie)

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Commenti

Sono presenti 1 commenti

grazie è bello quello che fate, non vedo l''ora di partecipare a un bel viaggio a piedi con voi. a presto.

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