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Cassin, l'alpinismo e la fretta maledetta

14/08/2009 16.23.55

Riccardo Cassin ha salutato pochi giorni fa il mondo su cui era sbarcato oltre 100 anni fa. Una vita leggendaria con centinaia di prime, migliaia di salite e realizzazioni impressionanti sulle montagne di mezzo mondo. Una vita alpinistica costruita pezzo dopo pezzo mettendo insieme una passione indissolubile per la montagna ma anche fatica e sacrifici come solo i tempi eroici dell'alpinismo richiedevano.

Purtroppo altri due alpinisti italiani se ne sono andati in poche settimane durante questa dolorosa estate: Michele Fait e Cristina Castagna; due persone entusiaste, guidate dalla medesima, inarrestabile passione per la montagna e l'alta quota. Fatto salvo il naturale dispiacere - li conoscevo entrambi da un po' di tempo - ed il rispetto per il dolore di chi rimane, la scomparsa di due alpinisti giovani e attivi come Fait e Castagna, mi induce ad alcune riflessioni di carattere generale.

Riflessioni che vi porgo con tutta la delicatezza, l'umiltà e l'incertezza d'obbligo in questi casi.

La prima riflessione riguarda il tempo. E' innegabile che il tempo nell'alpinismo d'alta quota, così come nella quasi totalità delle attività umane, ha subito una compressione enorme, una verticalizzazione che vede l'asse x del tempo accorciarsi sempre più e quella dell'attività alpinistica y allungarsi in maniera inversamente proporzionale. Sono sempre di più gli alpinisti che concentrano attività, salite sempre più impegnative, complicate, rischiose in un tempo sempre più ridotto. Le tappe vengono bruciate: dalle Alpi all'Himalaya nel giro di un anno o al massimo due. Quindici o venti anni fa tentare un ottomila era roba da professionisti; tentarne più di uno a stagione era riservato a fuoriclasse dell'altitudine.

Ora, sempre più spesso, gli ottomila diventano due, tre a volte quattro a stagione - spesso con imponenti dispiegamenti di forze, diciamo così, "esterne", come negli ultimi casi delle scalatrici coreane. Ma l'esperienza non si accumula, l'istinto non si affina, la tecnica non si sviluppa in uno, due e nemmeno tre anni. L'alta quota richiede più spesso la pazienza del tentativo e della rinuncia, che non la furia nella ricerca di un successo accelerato; tentativi che ogni volta insegnano qualcosa, distillando esperienze che fanno il bagaglio di un alpinista preparato.

Cassin è arrivato al Gahserbrum IV dopo trent'anni di attività. Messner ha salito il suo prima ottomila nel 1970, l'ultimo nel 1986: sedici anni; Mondinelli il suo primo ottomila nel 1993, l'ultimo nel 2007: quattordici anni. Fausto De Stefani il primo nel 1983, l'ultimo nel 1998: quindici anni. Giusto per fare esempi conosciuti. Altri tempi direte. Forse, ma certi numeri raccontano più di tante parole. L'altra riflessione riguarda l'esposizione mediatica che si intreccia inevitabilmente con l'accelerazione di cui sopra.

Per "bucare", mediaticamente parlando, occorre esagerare e per farlo non vi sono che due modi: trasformare salite "normali" - per quanto in quota - in imprese epocali o, appunto, spingere sul gas e tentare ciò che non è mai stato tentato, rischiare ciò che non è mai stato rischiato (magari per oggettiva saggezza...). Anche in questo caso una gran parte degli alpinisti - che siano professionisti o dilettanti - è figlia di questi tempi mediatizzati e non fa altro che seguire un mainstream ormai difficilmente arrestabile. Con tutti i rischi che questo comporta.

Molto ci sarebbe da dire, mentre lo spazio non basta nemmeno ad iniziare un confronto su temi così impegnativi e che spesso oltrepassano il mondo autoreferenziale dell'alpinismo d'alta quota. Queste brevi note vogliono solo essere un piccolo spunto per riflettere su un alpinismo che avrebbe sempre più bisogno - come anche il resto del mondo - di una decrescita felice.

Manuel Lugli (www.nodoinfinito.com)

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Commenti

Sono presenti 1 commenti

Da Repubblica di oggi: "Lutto nel mondo dell''alpinismo: è morto Roby Piantoni, 32 anni di Colere (Bergamo), impegnato in una spedizione in Tibet sullo Shisha Pangma (Gosainthan), la quattordicesima montagna più alta della terra: 8.027 metri. Il giovane era tra i migliori alpinisti emergenti della scuola orobica". Ho subito pensato all''articolo di Manuel Lugli, un altro giovane alpinista, troppo giovane per morire, ma forse anche troppo giovane per gli 8000 metri...

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