Cannabis Rock
15/09/2008 13.08.35
A metà degli anni '70 il mondo dell'alpinismo, almeno in Italia, era regolato dalle antiche, rigide e se vogliamo nobili norme che erano il frutto di un approccio classico, direi quasi accademico alla montagna. Era il mondo del CAI degli antichi maestri, di Gervasutti e di altri nomi illustri, delle grandi scalate e delle vette su cui apporre la bandiera nazionale. Erano ancora gli anni in cui nei regolamenti del CAI c'era scritto che gli allievi dovessero dare del lei ai maestri e cose di questo tipo. Bene, in quegli anni, all'interno della scuola del CAI Gervasutti di Torino, un gruppetto di uomini, che si formarono intorno alla figura carismatica di Gianpiero Motti, misero in discussione tutto questo mondo di regole. Misero in campo cioè quello spirito libertario che il '68 aveva portato con sé e lo adattarono all'alpinismo. Motti scrisse un articolo sull'annuario del CAI che s'intitolava "I Falliti" ( di seguito il link per acquistare il libro che contiene anche questo articolo), che rappresentava un vero e proprio manifesto di rottura col mondo dell'alpinismo classico, come loro lo avevano conosciuto. Prendendo ispirazione dagli alpinisti californiani, dei cui scritti Motti era un lettore e traduttore, trasformarono in alcuni casi indelebilmente il modo di arrampicare e di intendere l'alpinismo. Introdussero le scarpe leggere di gomma in risposta ai "vecchi scarponi", esaltavano il gesto tecnico soprattutto dal punto di vista estetico stando meno attenti all'aspetto dell'impresa. A questo gruppo di persone, chiamato "Nuovo mattino", non interessava conquistare le vette alpine e piantare su di esse la bandiera della sezione CAI, piuttosto lo affascinava l'idea di aprire nuove vie, di sfidare il pericolo. Qualcuno di loro ogni tanto si faceva qualche canna, ed allora le vie venivano chiamate "cannabis" oppure "dei nani verdi". Altri per andare in montagna la sera prima rubavano la benzina da qualche automobile parcheggiata e questo non può far altro che generare simpatia nei confronti di quel manipolo di nuovi alpinisti.
Questo potenziale però, rappresentato soprattutto dall'abilità tecnica degli alpinisti (Motti, Grassi, Galamte tra gli altri), non si trasformò in atto. Come si lamenta nel film Roberto Bonelli, fortissimo atleta, non portarono quell'esperienza in alta montagna, non la condivisero col mondo classico e quindi in qualche misura tutto si rese vano. Chissà se questo fu un bene o un male. Purtroppo questo fermento di idee ad un certo punto si interruppe, o forse si ruppe solo la magia che accompagnava quel fermento, come al solito perché con quel giocattolo qualcuno perse la vita.
Su questa storia che francamente io non conoscevo è uscito da qualche tempo un bel film in dvd di Franco Fornaris, si chiama " Cannabis rock - Gli arrampicatori che vissero il nuovo mattino". E' un documentario della durata di un'ora che racconta quegli anni attraverso la voce degli alpinisti che ne furono protagonisti e di qualche voce fuori dal coro. Spero che qualcuno che ha conosciuto queste persone o quel movimento, per sentito dire o per esperienza personale, condivida con noi quello che sa e quello che sente.
Alessandro Guardabassi
ps: abbiamo aggiunto oggi, 13 ottobre, il pdf da scaricare con il testo completo dell'articolo di Gian Piero Motti..buona lettura e grazie ad Elettra per averci fornito il materiale
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Commenti
Sono presenti 4 commenti
1 Inserito da alessandro guardabassi Il 15/09/2008 13.25.18
scusate: qualcuno conosce il testo dell'articolo pubblicato da Motti dal titolo "i falliti" oppure un sito dove il testo è pubblicato? io non l'ho trovato...ale
2 Inserito da Elettra Pistoni Il 15/09/2008 15.49.44
Ho trovato solo queste 4 righe:
“…Andavo ad arrampicare tutti i giorni o quasi, preoccupandomi di ogni leggero calo di forma. Ma non mi accorsi nemmeno che stava diventando primavera, non vidi neanche che qualcosa di diverso succedeva nella terra e nel cielo e chi ben mi conosce sa che ciò equivale a una grave malattia…”
(I Falliti, Gian Piero Motti)
3 Inserito da maurizio barbagallo Il 17/09/2008 20.15.38
Ancora da “I FALLITI” di Motti: …incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa (grande alpinista e sindacalista ucciso dalle brigate rosse), il quale fissandomi a lungo, con quei suoi occhi che ti scavano e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’Alpinismo, che bisogna invece nutrire altri interessi, molto più nobili e positivi, utili non solo a noi stessi ma anche agli altri uomini. Non rinunciare alla montagna. E perché? No. Ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l’avventura e per stare in allegria insieme agli amici…
4 Inserito da Claudio Porro Il 27/01/2009 22.27.56
Questa è una lettera scritta da Guido Rossa ad un amico Lettera di Guido Rossa all´amico Ottavio «Ottavio carissimo, l’indifferenza, il qualunquismo e l’ambizione che dominano nell’ambiente alpinistico sono tra le squallide cose che mi lasciano scendere senza rimpianto la famosa “alizza” della mia stagione alpina. Da parecchi anni mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici l´assoluta necessità di trovare un valido interesse nell´esistenza. Un interesse che si contrapponga a quello quasi inutile dell´andare sui sassi, che ci liberi dal vizio della droga che da troppi anni ci fa sognare e credere semidei, superuomini, chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere il meritato premio, un paradiso di vette pulite e perfette, scintillanti, dove per un attimo o per sempre possiamo dimenticare di essere gli abitanti di un mondo colmo di soprusi e di ingiustizie, di un mondo dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati, e dove, su 60 milioni di morti all´anno, 40 milioni muoiono per fame. Per questo penso che anche noi dobbiamo finalmente scendere giù, in mezzo agli uomini, a lottare con loro, allargare fra tutti gli uomini la nostra solidarietà, che porti al raggiungimento di una maggiore giustizia sociale, che lasci una traccia, un segno tra gli uomini di tutti i giorni e ci aiuti a rendere valida l´esistenza nostra e dei nostri figli. Eh, vedi un po’ di perdonarmi. Un abbraccio. Guido Rossa » 15 febbraio 1970 lettera di Guido Rossa all´amico Ottavio, compagno di vette e scalate. Guido Rossa fu un grande alpinista negli anni ’60. Fu un dissacratore dei miti eroici e sterili dell’Alpe e della sfida con essa. Arrampicava in giacca e cravatta, per marcare l’ironia verso l’alpinismo epicheggiante e autoreferenziale, perchè la roccia non fosse “sterili lisce pareti”. Ma era un vero alpinista, si diceva il migliore della sua generazione. Ad un certo punto rinunciò alla gloria e all’ebbrezza della montagna e decise di scendere dal grande gioco per dedicarsi alla vita, alla politica, al sindacato. Operaio iscritto al PCI diventa sindacalista della CGIL all'Italsider di Genova-Cornigliano. Nel 1978 denunciò un collega in fabbrica per fiancheggiamento alle Brigate Rosse e per alcuni mesi il sindacato gli offre una scorta, temendo una vendetta dei brigatisti. Il 24 gennaio 1979 Rossa esce di casa e sale in macchina; un commando lo attende e gli spara uccidendolo. È la prima volta che le Brigate Rosse uccidono un iscritto al PCI e un sindacalista. La rabbia e l'indignazione è enorme. Al funerale, cui partecipano 250.000 persone, presenzia il Presidente della Repubblica Sandro Pertini che gli conferirà la Medaglia d'oro al valor civile. Quella morte segnò l’inizio della dissoluzione della colonna brigatista genovese, che da quel momento non riuscirà più a trovare le stesse aperture nei confronti dell'organizzazione all'interno del proletariato di fabbrica.