Sardegna selvaggia fra mare e bacu
31/08/2008 15.19.27
ARRIVARCI. Senza pensare agli eventi passati. Concentrato sullo spaesamento, unica condizione per ritrovarsi. PROVARCI ad essere felice. Nonostante innumerevoli baraonde, caotici e insensati chilometri di questa italia. Specchio d’un mondo destinato alla catastrofe. L’ultima speranza pare sia nella poesia, in quella che emigra dal suolo natio e in quella che viene urlata al vento, alle nuvole e alle rocce annichilenti di questa sardegna persa. Un’immagine mi rimane di questa giornata d’arrivo. Lo sforzo instancabile dello scarafaggio che rotola la palla di sterco: m’è sembrata la nostra terra trasportata chissà dove dal nero insetto kafkiano. Se è dal letame che nascono i fiori, dal nero della notte ricomparirà l’alba?
Raro, ma bello, che dal frammento dell’ultimo sogno mi sia risvegliato piangendo. Un semplice cagnolino che si prendeva cura di un cucciolo ferito. L’immagine potente della CURA, qui, in sardegna selvaggia, dove la dea Madre Terra la fa ancora da indiscussa padrona. E poi il passo dell’attenzione, in silenzio, con i compagni di viaggio, cogliendo l’energia delle pietre e delle erbe, donando l’energia della nostra consapevolezza. E poi, un banale incidente, che mi fa zoppicare e rendere conto della nostra assoluta fragilità. E poi, il bagno nel mare del primo sole d’aprile, dopo che solo ieri era nevicato. Sensazioni forti, dalla gioia al dolore, dalla condivisione più totale con l’altro, all’intimo ascolto del nostro autentico essere. Le storie umane si mescolano alla rinfusa, fanno da eco ad animali e piante che resistono in quest’angolo di mondo all’assalto del non senso consumistico. ARRIVARCI, PER POI RITROVARSI. Questa è la canzone che mi danza in cuore, fra il suono delle onde e gli uccelli che salutano il tramonto.
U PINEDDU resiste. E’ fatto di ginepro contorto e forte come la roccia che lo circonda. Ha il volto del cristo, quello più sofferente, quello con la corona di spine sul capo. Ci rimanda all’ancestrale, a un legame con la Madre Terra sanguigno e sofferto, ma ancora così tanto aderente al nostro vero essere. istintivo, non certo cerebrale. Il posare il piede al suolo come il sigillo dell’imperatore. L’ho sempre saputo che questo è il modo giusto di camminare. Rispettando a ogni passo la deità da cui proveniamo, suggendone l’energia vitale che è sola fonte di salute e profonda felicità. La vera preghiera che recita il viandante attento è questo andare per il mondo, concentrato e grato d’avere l’onore di partecipare consapevolmente, che vuol dire saggezza dei sensi, alla meraviglia del creato. (Continua...se vuoi leggere il racconto completo scarica il documento di seguito)
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Sono presenti 1 commenti
1 Inserito da Luca Gianotti Il 02/10/2008 15.19.21
Grazie Guido! Siamo appena tornato da un altro viaggio in Sardegna, e mi sono tolto lo sfizio di leggere al gruppo il tuo scritto mentre camminavamo. Eravamo sulla cengia affacciata su Pedra Longa, l'ultimo giorno, più o meno nel punto in cui parlammo del mio sogno a aprile. Il posto è molto panoramico, e magico. C'era il sole, si stava bene. C'era armonia. Le tue parole ci hanno colpito. Io che le avevo già lette altre volte, ho avuto un paio di momenti di commozione mentre leggevo, altri avevano gli occhi lucidi. Insomma, il tuo scritto fa effetto! grazie per questo.